La Grecìa Salentina è un'area linguistica del Salento, situata
nella parte meridionale della Regione Puglia, in cui si parla un
dialetto neo-greco noto come griko o grecanico. Nata dall'unione
di nove comuni, si aggiungono in seguito altri due non ellenofoni,
condividendo non solo la cultura e (in parte) la lingua, ma anche una
serie di servizi comprensoriali.
Dell'Unione dei Comuni della Grecìa
Salentina fanno parte attualmente undici centri:
Calimera
Carpignano Salentino (non
ellenofono)
Castrignano dei Greci
Corigliano d'Otranto
Cutrofiano (non ellenofono)
Martano
Martignano
Melpignano
Soleto
Sternatia
Zollino
Attualmente la popolazione di
riferimento dell’Unione è di 54.278 abitanti, che risulta una delle più
grandi per questa tipologia di ente.
Il Parlamento Italiano ha
riconosciuto la comunità greca del Salento come gruppo etnico distinto
e come minoranza linguistica col nome di "Minoranza linguistica grica
dell´Etnia Grico-salentina".
Festival Notte della Taranta
Il festival è un progetto nato su
iniziativa dell’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e
dell’Istituto Diego Carpitella nel 1998, quando si decise di
realizzare, all’interno dell’area ellenofona, un grande concerto in cui
la locale musica folklorica si ibridasse con altre tradizioni musicali,
rinascendo e stabilendo, in questo modo, anche una modalità diversa di
composizione musicale contemporanea. La Provincia di Lecce è socia
fondatrice dell’Istituto Diego Carpitella, che organizza l’evento
insieme ai Comuni della Grecìa Salentina. L’iniziativa si è sempre più
sviluppata nel corso degli anni fino a raggiungere una dimensione tale
da assumere un ruolo di rilievo in ambito nazionale e non solo.
Storia della Grecìa Salentina
Si sa che la Storia non è la stessa
se la si guarda con occhi diversi, quando poi i documenti e le
testimonianze su cui si cerca di ricostruirla sono scarsi o
contraddittori le opinioni e i pregiudizi (specie quelli dei vincitori)
possono facilmente influenzare le teorie. Così è anche per la storia
della Grecìa Salentina, sulle cui origini si sono affrontate tesi
opposte.
Ripercorriamo in estrema sintesi la storia del Salento,
vedendo come i rapporti di questa terra con l'Oriente sono stati sempre
stretti e moltissime sono le date di nascita possibili per la Grecìa
Salentina.
Prima dei Messapi
Per la sua
posizione geografica il Salento è sempre stato il primo approdo per le
popolazioni che si spostavano dal vicino Oriente e dai Balcani
meridionali in Occidente e questo ruolo è evidente ancora oggi con gli
sbarchi continui di immigrati albanesi, kurdi, pakistani, cingalesi.
Fra i primi abitatori del Salento di cui si abbia qualche
traccia storica, tralasciando i resti del Neolitico delle grotte
costiere, molti studiosi hanno considerato coloni provenienti dalla
civiltà minoica cretese, fiorita circa un millennio e mezzo prima di
Cristo. Questo per una serie di ragioni: gran parte delle città
salentine vantano fondazioni leggendarie da parte di eroi cretesi, ad
esempio Idomeneo, come si evince dal racconto di Erodoto il quale
sostiene che in Iapygia (antico nome della Puglia) i Cretesi cambiarono
il loro nome in Messapi; alcuni studiosi hanno notato somiglianze fra i
manufatti trovati negli scavi archeologici salentini e quelli minoici;
infine considerazioni sulle rotte di navigazione che dovevano essere
seguite in quell'epoca (preferibilmente sottocosta) inducono a pensare
che i cretesi, che conoscevano e frequentavano le coste italiane
dovessero seguire per arrivarci la rotta che passa dalle isole joniche,
l'isola di Saseno davanti all'attuale Valona e che piega poi diretta
verso Otranto (limitando al massimo la navigazione in mare aperto, le
coste albanesi sono visibili anche a occhio nudo da Otranto).
Su altre popolazioni eventualmente presenti non sappiamo
nulla, anche se alcuni metodi di organizzazione del territorio, della
raccolta dell'acqua piovana e insediamenti rupestri potrebbero
suggerire un collegamento del Salento con la civiltà delle gravine
pugliesi e dei "sassi" di Matera.
I Messapi
Meno
controversa è la presenza in Salento, specie dal IX-VII al V-IV secolo
a.C. di un popolo che si identificava nel nome "Messapi" e costituì una
civiltà i cui resti sono emersi in gran parte dei siti archeologici
salentini.
I Messapi non erano Greci, sebbene dovettero avere strette
relazioni commerciali con i Greci d'Italia e con quelli d'Oriente e
furono profondamente influenzati dalla civiltà greca nei costumi, nella
scrittura (usavano caratteri greci), nell'arte. Mantennero tuttavia la
loro lingua, pare di origine illirica, almeno fino al IV secolo a.C. e
incisioni in messapico abbondano nei resti trovati specialmente nel
basso Salento. Questo è uno degli argomenti più utilizzati dai
sostenitori di una origine medioevale della Grecìa Salentina, i quali
sono convinti che prima della fine dell'Impero d'Occidente in Salento
nessuna comunità abbia mai parlato greco.
Gli Elleni e la Magna Graecia
Mentre in
Salento fioriva la civiltà dei Messapi dall'VIII secolo a.C. nelle
regioni costiere dell'Italia meridionale (le attuali coste campane, del
Cilento, calabresi e lucane fino a Taranto) e della Sicilia si
moltiplicavano le colonie fondate dai Greci, tanto che si costituì una
regione di lingua e cultura greca abbastanza ben definita e conosciuta
come Magna Graecia o "Grande Grecia" sia per la sua ricchezza
commerciale che per la sua estensione e concentrazione di popolazione.
Il Salento dunque non fece mai parte integrante della Magna Graecia, i
messapi respinsero con successo i tentativi espansionistici di Taranto
e nel 471 a.C. una grande spedizione militare di greci tarantini e
reggini fu sconfitta in un bagno di sangue dai messapi, "la più grande
strage di greci di tutti i tempi" per Erodoto.
Ovviamente questo è sempre stato un ulteriore argomento a
favore dell'origine medievale del greco otrantino, ma possiamo davvero
dire che in Salento in questo periodo non si parlava altro che
messapico, che la situazione linguistica era così omogenea e
monolitica? In fondo neanche oggi, con la TV, la radio e l'alfabetizzazione
di massa l'uniformità linguistica è una realtà!
A dire il vero vi sono dei documenti storici che pongo più di
qualche dubbio: innanzitutto dallo storico Strabone sappiamo che fra
Otranto e Taranto c'era una città "greca", Rudiae. Gli scavi
archeologici in quelli che sono considerati i resti di questa città (a
sud di Lecce) hanno portato alla luce iscrizioni messapiche, tuttavia
liquidare la questione come un errore dello storico sembra troppo
semplicistico, Rudiae era anche la patria del poeta Ennio che cantò le
guerre puniche in latino con lo stile dei poemi epici greci.
Inoltre resta aperta la questione di Gallipoli, città che
aveva un doppio nome greco (Kallipolis) e messapico, gli studiosi si
dividono qui fra coloro che sostegono Gallipoli fosse nient'altro che
un porticciolo, con i greci eventualmente presenti relegati a vivere su
uno scoglio di pochi m2 (l'attuale "centro" di Gallipoli) ed altri che
la considerano una vera subcolonia di Taranto.
Altro mistero irrisolto riguarda un tempio dedicato alla dea
Atena che sarebbe sorto nel territorio della Iapygia e che molti autori
antichi descrivono come ricchissimo. Toponimi salentini come "colle
della Minerva" (presso Otranto) e "Castra Minervae" (Castro Marina)
sembrano confermarne l'esistenza sebbene i resti non siano mai stati
rinvenuti.
Infine, come vedremo più avanti, è difficile pensare che il
Salento non fosse anche in quel tempo, come sempre nella storia, una
tappa quasi obbligata per le genti di lingua greca che viaggiavano
dall'Oriente alla Magna Graecia e poi a Roma e viceversa. Pensare alle
aree geografiche e ai periodi storici come blocchi monolitici divisi
fra loro, per cui da un giorno all'altro e da un colle all'altro
sparisce una civiltà e ne inizia un'altra è ormai considerato
universalmente sbagliato, o almeno così dovrebbe essere.
L'età ellenistica e la conquista
romana
Nel IV
secolo l'influenza greca nella cultura messapica raggiunse il culmine,
sostenuta probabilmente dalla creazione di un regno ellenistico sulle
coste balcaniche e dalla diffusione del greco in Oriente. E' in questo
periodo che secondo Gerhard Rohlfs il messapico avrebbe ceduto il passo
al greco. Nel III secolo a.C. i Romani sottomisero Taranto
e i Messapi, ora alleati nell'estremo tentativo di resistenza, dopo
aver sconfitto anche l'esercito del re ellenistico Pirro che era
accorso dall'Epiro in difesa delle poleis italiane.
Il Salento formò la regione denominata Calabria, dal nome di
una delle popolazioni che ne occupavano il territorio.
Nei due secoli successivi tentativi di ribellione da parte
dei greci tarantini e poi dei messapi vennero soffocate con durezza, i
romani rafforzarono le loro posizioni in territorio salentino ed
intorno ai castra cominciarono a nascere insediamenti che, insieme alla
fondazione di colonie latine a Brindisi e Venosa e alla via Appia
posero le basi per la diffusione della lingua latina, diffusione
completa e rapida per gli studiosi che sostengono l'origine medievale
delle comunità greche salentine, assolutamente incompleta per i
sostenitori dell'origine antica.
Il periodo imperiale e la
cristianizzazione
I primi
secoli dell'Impero furono un periodo di pace e relativa stabilità per
il Mediterraneo, le vie di comunicazione via mare e via terra vennero
potenziate e viaggiare non comportava rischi eccessivi. Per coloro che
sostengono l'origine bizantina del Griko questo fu il periodo della
definitiva latinizzazione dell'Italia Meridionale e di gran parte della
Sicilia. Per la scuola linguistica che fa capo a Oronzo Parlangeli
(vedi oltre) in questo periodo si formò un'unità linguistica in Puglia,
in pratica dal Gargano a Leuca si parlava un unico dialetto latino.
Questa analisi non è ovviamente condivisa dai sostenitori
della tesi opposta, secondo i quali in un periodo di abbattimento delle
frontiere, di circolazione di uomini, lingue, idee e religioni che
portò anche alla diffusione del cristianesimo dall'oriente, il latino
ebbe presto la meglio sulle altre lingue italiche ma non poté
sopraffare così facilmente una lingua come il greco, che aveva un
bacino di parlanti amplissimo, tanto da rappresentare una lingua franca
specie in Oriente. Pertanto questo periodo potrebbe aver rappresentato
un momento di rinnovamento, piuttosto che di regressione, per le
comunità greche eventualmente presenti in Italia, di afflusso di nuova
linfa dall'Oriente e di evoluzione della lingua, che in questi secoli
era interessata dalle trasformazioni nel lessico e nella pronuncia che
la rendevano molto simile a quella parlata oggi in Grecia, a Cipro, in
Salento e in Calabria.
La guerra greco-gotica
Alla caduta
dell'Impero d'Occidente nel V secolo d.C. la pace per il Mediterraneo
era già un lontano ricordo, i barbari compivano scorrerie sanguinose
nelle città costiere, Gallipoli e Taranto vennero distrutte dai
Vandali, e sorte simile ebbero città siciliane e italiane e i Goti
divennero padroni della penisola.
Quando nel VI secolo Belisario con le truppe dell'Impero d'Oriente sbarcò
a Siracusa in Sicilia e ad Otranto deciso a ristabilire l'autorità
imperiale sembra che sia stato accolto con esultanza dalla popolazione
ed alcuni attribuiscono la scelta dei luoghi di sbarco ed il favore del
popolo con un sentimento di "fratellanza" dovuto alla affinità di
lingua e cultura, in pratica Siracusa e la Sicilia Orientale e il
Salento sarebbero state in quel tempo ellenizzate. Superfluo precisare
che tali studiosi sono i sostenitori dell'origine antica delle comunità
grecaniche.
La guerra fra le truppe imperiali e i Goti fu sanguinosa e
pare contribuì alla decimazione della popolazione dell'Italia intera,
in ogni caso apri il periodo della dominazione bizantina in particolare
in Salento, che fino all'XI secolo restò costantemente legato
all'Impero d'Oriente anche quando la pressione dei Longobardi e degli
Arabi ridussero i possedimenti bizantini alla sola parte meridionale,
con la roccaforte di Otranto mai violata ed un fronte difensivo verso
Nord eretto fra Brindisi e Taranto (il cosiddetto "limitone" dei
greci). Questa divisione politica delle Puglie, con il Salento
saldamente in mano ai bizantini e le zone settentrionali contese dai
Longobardi e per brevi periodi dagli arabi, secondo la scuola di
Parlangeli pose le basi per la frattura fra i dialetti salentini e
quelli della Puglia vera e propria (terra di Bari, Capitanata...).
La dominazione bizantina
I secoli
in cui il Salento fece parte dell'Impero d'Oriente furono
caratterizzati dal ripopolamento, da innovazioni nell'organizzazione
della società centrata sugli insediamenti agricoli, i choria, e nelle
tecniche di coltivazione. Gli strateghi imperiali favorirono
l'immigrazione dall'Oriente anche per costruire una base solida di
consenso nella popolazione, utile nelle guerre contro i Longobardi. I
sostenitori dell'origine bizantina dei grecanici vedono in questa
politica di ripopolamento con genti di lingua greca la probabile
origine delle comunità ellenofone salentine, che sarebbero dunque nate
fra il VII e il IX secolo d.C., si dà risalto ad alcuni documenti che
attestano movimenti di schiavi inviati nei territori italiani per
fondare colonie. In particolare fu Gallipoli a rinascere come città
ellenofona dalle rovine grazie all'immigrazione dall'Oriente. Ma le
immigrazioni di greci coinvolsero anche altre aree come Taranto e
dintorni.
L'Impero controllò a lungo anche il Bruzio, la Lucania,
alcuni possedimenti sulle coste campane e per un periodo la Sicilia,
venne così a crearsi un'area politicamente unita che probabilmente
favorì reciproche influenze culturali. Anche per questo alcuni studiosi
hanno ipotizzato che le aree di lingua greca salentina potrebbero
essere nate non solo per l'immigrazione da Est ma anche per l'afflusso
di ellenofoni siciliani.
La parola Calabria che prima indicava solo il Salento
cominciò ad indicare il Bruzio mentre il Salento alla fine della
dominazione (X-XI secolo) costituiva con le altre Puglie il Thema di
Langobardìa.
L'arrivo dei Normanni
Nel corso
dell'XI secolo i Normanni, arrivati dal Nord Europa dopo essersi
stanziati a lungo in Francia settentrionale, cominciarono a conquistare
regioni sempre più ampie del Sud Italia, sfruttando l'impegno delle
truppe bizantine in altri scenari ed un alleanza con la Chiesa di Roma.
In poco tempo anche regioni come il Salento, ormai da secoli parte
dell'Impero d'Oriente furono occupate dai nuovi venuti.
La conquista normanna contribuì alla crisi dei rapporti già
difficili fra la Chiesa di Roma e la Chiesa Orientale e allo scisma che
divise la cristianità. Per la Chiesa greca in Italia meridionale,
tuttavia, all'inizio non vi furono stravolgimenti. Infatti i Normanni,
anche per cercare di acquisire consenso, rispettarono il clero greco
nelle aree di lingua greca come il Salento ed anzi lo finanziarono.
Sorsero così nuovi monasteri, chiese, maestranze greche
arrivavano per realizzare affreschi e mosaici come quello della
cattedrale di Otranto. Alcuni monasteri divennero importanti centri di
cultura, con alloggi per studenti, possibilità di essere istruiti nelle
lettere greche e latine, attività di trascrizione dei testi antichi. In
alcuni di questi, come San Nicola di Càsole presso Otranto e San Mauro
presso Gallipoli, sono stati rinvenuti manoscritti con testi di
Aristotele ed altri autori antichi fra i più completi al mondo.
I Normanni introdussero il feudalesimo e le terre con
popolazione annessa cominciarono ad essere considerate come "proprietà
privata" del padrone di turno invece che come provincia di un
impero/stato, situazione durata poi fino quasi ai giorni nostri.
Le grandi distruzioni e la fine
del Rito Greco
Come
abbiamo visto dopo l'anno 1000 il Salento continuò a prosperare
nonostante la mutata situazione politica e poté sfruttare la posizione
privilegiata di ponte fra l'Oriente ellenizzato e l'Occidente latino.
Col tempo però le condizioni mutarono: l'Impero d'Oriente era sempre
più minacciato dai Turchi e da altri nemici (fra cui gli occidentali
che per un periodo occuparono Costantinopoli), i nuovi padroni Angioini
e Aragonesi si confontavano militarmente sulla pelle della popolazione,
i monasteri italogreci cominciavano a spopolarsi.
In questo quadro due eventi distruttivi si inserirono
accelerando la crisi delle comunità greche del Salento. Nel 1268
Gallipoli fu distrutta dagli Angioini che ne sospettavano la
ribellione, la popolazione, in gran parte di lingua greca, fuggì
rifugiandosi in paesi come Casarano (che divenne bilingue). Sull'altro
versante Otranto nel 1480 fu occupata per sei mesi dai Turchi che
giustiziarono 800 abitanti sul colle della Minerva e il monastero di
San Nicola di Casole fu ridotto in rovine. Anche conflitti
interni ebbero la loro importanza, in uno di questi il paese a
maggioranza greca Fulcignano fu raso al suolo dai nemici di Galatone,
città che era ormai a maggioranza latina.
Dal 1480 cessa la funzione di ponte fra culture svolto da
Otranto e il Salento entra in una fase di isolamento, certo
continuarono le immigrazioni dall'Est ma il mare era ormai più una
frontiera che una via di comunicazione.
Per di più dal XV-XVI secolo con la Controriforma
l'atteggiamento della Chiesa di Roma nei confronti del Rito Greco
diventò molto più aggressivo, i preti greci si trovarono senza
sostentamento e messi in condizione di dover passare al Rito Latino per
sopravvivere, molti monasteri italogreci finirono abbandonati mentre
cominciò una campagna di edificazione di innumerevoli chiese latine:
fiorisce il barocco leccese.
Nel XVII secolo vengono celebrate le ultime funzioni
religiose in Rito Greco e la presenza della Chiesa Italogreca in
Salento cominciò a scomparire nei ricordi, pur non potendosene
cancellare del tutto i segni: gli affreschi delle cripte, le chiese
abbandonate, le usanze rimaste nelle feste religiose ecc. ecc.
L'oblìo
Nei secoli
XVI-XVIII e fino a metà del XIX comincia a definirsi l'area di
grecanica attuale, la Grecìa Salentina. L'esistenza di una comunità di
lingua greca in terra d'Otranto viene dimenticata perfino in Grecia,
pur essendoci alcune racce documentali di passaggio di immigrati
dall'Epiro e dal Peloponneso.
La scomparsa del clero greco provocò anche la scomparsa della
lingua colta e della scrittura con caratteri greci, mentre rimase viva
nella popolazione, in gran parte analfabeta, la lingua volgare
greco-salentina, ben diversa dalla lingua greca "ufficiale" tramandata
dal clero, influenzata certo dalla simbiosi con il dialetto romanzo e
semplificata nel lessico ma espressione caratteristica della storia e
della cultura di questa regione come di tutta l'Italia Meridionale,
prodotto mirabile di secoli e secoli di evoluzione, con elementi più o
meno arcaici misti ad innovazioni ed elementi trasmessi da lingue di
mezza Europa come il francese e lo spagnolo.
Il mondo scopre il "Griko"
Fu questa lingua
volgare che venne scoperta nella seconda metà del XIX secolo da
studiosi come Giuseppe Morosi, i quali furono sorpresi di trovare in
Salento (e in Calabria) comunità di lingua greca. Altrettanto sorpresi
furono gli accademici ateniesi quando videro arrivare dall'Italia
persone in grado di declamare poesie in una lingua strana, ma
indubbiamente greca.
Comparse il greco otrantino scritto, gli studiosi forestieri
e locali (come V.D. Palumbo) che cominciarono a trascrivere i canti, le
poesie, i racconti usarono l'alfabeto latino usato con le convenzioni
dell'italiano standard con pochi adattamenti.
Gli ellenofoni si definivano "griki" e "griko" chiamavano la
loro lingua, termine che significa "greco" e così gli studiosi italiani
chiamarono Griko il dialetto greco salentino. Successivamente il
glottologo Gerhard Rohlfs coniò il termine "Graecanicus" per indicare
"qualcosa che somiglia al greco" e grecanici furono chiamati sia i
greci calabresi che i greci otrantini, nonostante successivamente
Rohlfs abbia ripudiato tale nome.
Il Griko lingua da buttare via
La scoperta del
Griko coincide anche con l'alfabetizzazione e l'imposizione
dell'Italiano come lingua ufficiale del Regno d'Italia. Il Griko,
lingua legata alla vita dei paesi, all'agricoltura e all'artigianato
cominciava ad essere considerato dagli stessi ellenofoni una lingua
dell'arretratezza, non adatta al futuro.
Con il ventennio fascista l'esasperazione
dell'indottrinamento nazionalista e della propaganda che spingeva gli
italiani a riconoscersi in una nazione fondata sulla romanità non ebbe
certo benefici effetti sulla lingua grecanica.
Tuttavia la vera crisi per il Griko si ebbe con il II
conflitto mondiale e il dopoguerra: l'emigrazione fece perdere a molti
uomini l'uso della lingua e si cominciò ad insegnare ai bambini
l'italiano o meglio il dialetto romanzo, piuttosto che il Griko,
sentito come inutile. Anche l'arrivo di media come la televisione
potenziò la diffusione dell'italiano nella comunicazione.
La riscoperta del Griko e della
cultura salentina
A partire
dagli anni '70, sulla scia della rivoluzione culturale del '68,
cominciò a farsi strada un movimento d'opinione che tendeva a far
risorgere molti elementi della cultura salentina dall'emarginazione in
cui erano stati abbandonati nella convinzione diffusa che la speranza
per un futuro migliore dipendesse dall'acquisizione dei modelli
culturali vincenti.
Fu così riscoperta la musica tradizionale e la "pizzica", ma
anche il Griko restò coinvolto. Tuttavia, mentre i ritmi della musica
conquistavano facilmente fette sempre maggiori della popolazione,
l'interesse per il Griko rimase in un ambito più ristretto di persone
colte e sensibili, sia per il perdurare nel popolo di un concetto
negativo o perlomeno un senso di indifferenza verso il grecanico, sia
per l'obiettiva difficoltà di avvicinarsi ad una lingua che ormai solo
persone ultracinquantenni parlavano.
La sorte del Griko sembrava dunque segnata, ma negli anni '90
e nei primi anni del XXI secolo una nuova speranza ha fatto capolino.
Infatti l'accelerazione dell'integrazione europea fece
sembrare l'Europa degli stati-nazione e dei nazionalismi avviata al
tramonto e crebbero le iniziative per rivitalizzare lingue regionali da
tempo bandite dai poteri centrali: si riscoprì il bretone, il gaelico,
il gallese, l'occitano, ecc. ecc. In parte i venti di rinnovamento
arrivarono anche in Italia e ripresero vigore le iniziative per la
salvezza delle lingue di minoranza come il Griko.
Ben presto però in molti Paesi europei si fece marcia
indietro, anche per contrastare l'emergere di tendenze separatiste, ed
attualmente i governi hanno rispolverato la retorica dello
stato-nazione, modello che pare destinato a fondare la futura legge
costituzionale dell'Europa.
Sull'onda di questa nuova tendenza la Francia ha bloccato
l'approvazione della legge che avrebbe tutelato lingue come il bretone
e il corso.
In Italia il "reflusso", pur ammortizzando il fenomeno Lega
Nord, non ha impedito l'approvazione di una legge di tutela che,
sebbene abbia una portata più limitata rispetto a quella bloccata in
Francia, dovrebbe promuovere e finanziare iniziative per l'uso delle
lingue minoritarie.
Oggi non si può certo dire che la salvaguardia del Griko
entusiasmi i salentini, tuttavia vi sono alcuni che vedono in questa
lingua un'opportunità per il futuro e non più un ferro vecchio da
buttare via, parlare griko non è più una vergogna e questa è già una
vittoria. Ma non significa che sarà facile per il Griko risorgere e
vivere ancora.